Si vede che non era importante di Francesca

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E in un’ondata di scarpe, molte, tantissime, troppe scarpe, oggi è il giorno di Francesca che ci lascia in casa sua, ad aspettare che ritorni per dirle… boh! Buon divertimento!

Scarpe. Infinite paia di scarpe. Sempre dove io possa inciamparci, calciarle, pestarle e schiacciarle. Odio le sue scarpe. Odio i suoi sandali. Odio l’esagerata e spericolata altezza dei tacchi che indossa, o le esorbitanti cifre che paga per avere i piedi nudi. Odio quanto le ballerine si bloccano nella porta del bagno impedendomi di chiuderla, di aprirla o semplicemente di muoverla in qualsiasi direzione. Odio inciampare nei decolletè, spingerli fino a sotto il letto e dovermi chinare a vedere dove sono finiti per riprenderli. Odio vedere scarpe spaiate, una in sala, una in camera da letto.  Odio la domanda ricorrente di tutte le mattine: “…hai visto la mia scarpa?”.

Quale scarpa dovrei aver visto? Ne ho di fronte quattro sinistre e due destre, ma nessuna che si accoppi gradevolmente con l’altra. Guarderò sotto al letto, sotto al divano, in bagno, sotto la credenza, nell’armadio, in cucina, nello studio, sul balcone e sotto il termosifone, e forse troverò quella che non sta cercando. Farò tardi in studio per cercarle e rimetterle a posto tutte insieme nell’armadio.

Lei è, come al solito, fuori per lavoro. Parte tutte le settimane. Per due giorni, per tre. A volte per cinque. Mi lascia qui, circondato di lei e senza di lei.

Porta sempre le stesse cose: il  tailleur delle riunioni importanti, i gioielli che le ha lasciato la nonna, il mio trolley piccolo per i suoi check-in veloci, il sacchetto dei trucchi indispensabili, millecinquecento campioni di nano bottigliette regalo rubate in altrettanti albergo dove ha passato la vita che non ha passato con i suoi genitori, con i suoi amici e con me. Porta anche spazzola, impermeabile e computer.

Se ne va quando ancora io dormo, prima che faccia giorno, prima che suoni la sveglia.  Si prepara tutto la sera prima e non fa nessun rumore la mattina. Mi sveglio al suono ovattato della porta che si chiude su se stessa. Mi alzo in una casa gelida.

Non riesco mai a capire quali scarpe porti via. Sono tutte qui. Quelle con il cinturino alla caviglia, quelle con il plateau, quelle della Tod’s, le Church’s, quelle altissime,  quelle sobrie, quelle meno sobrie, quelle con gli strass e le ballerine. Sono qui anche quelle della palestra. Mi muovo nella luce dell’alba per consueta conta delle scarpe mancanti, convincendomi, ogni volta, del fatto che sia partita scalza. Solo per il gusto di lasciarmele tutte qui, da tutte le parti, per farmici inciampare. Forse è un modo perverso di farmi ricordare che lei c’è. Che io e lei conviviamo. Che lei è quella che mi è riuscita ad incastrare.

Ero un single convinto. Un uomo grande che viveva da solo. Senza relazioni durature. Senza relazioni e basta, forse. Stavo bene. Dopo una certa età è più facile star soli che lasciar entrare qualcuno nella tua vita.

Non so come sia successo che lei ora abiti da me. Non capisco come possa essere capitato. Le ho chiesto io di convivere o si è presentata lei con la sua valigia piena di scarpe? Perché ho aperto la porta? Perché ho svuotato l’armadio? Perché? Per quanto sforzi faccia io proprio non me lo ricordo.

Un minuto era una donna giovane seduta nel posto a fianco al mio sulla frecciarossa per Milano. Un minuto dopo eravamo arrotolati nella sua camera d’albergo di Rho, due minuti dopo stavo facendo spazio ad un esercito di sandali colorati che invadevano la mia camera da letto.

Ogni volta che parte ho due fantasie che mi girano per la testa.

La prima è banale, quasi me ne vergogno, e si limita al vendicativo e infantile desiderio di buttarle un paio di scarpe. Uno a caso. Non so nemmeno se se ne potrebbe accorgere.

La seconda è perversa e feroce. Vorrei fargliene trovare un paio che non le appartiene.  Lo sceglierei con cura, magari tra quale che le piacciono, quelle con il tacco alto e firmate. Ma le vorrei usate, e senza la loro scatola originale. Così che pensi che siano di un’altra. Per farla arrabbiare. Per farla andar via. Per tornare ad impersonare l’uomo solo che adoravo essere.

E’ da un po’ che ci penso a rompere. Rivoglio tutto lo spazio che le sue scarpe mi hanno rubato. Un pavimento senza oggetti da schivare. Un’anta d’armadio priva di  una serie infinita di scatole di marca vuote. Un bagno dove non crescano infradito numero trentotto di colori tanto sgargianti quanto improbabili. Un balcone privo di running candeggiate e stese al sole. Non voglio più la presenza invadente degli oggetti di una donna assente.

Penso a come dirglielo. Mi stendo sul letto, al buio, nel silenzio, e penso alla mia casa invasa. Penso alla mia vita fino a qualche mese fa. Penso che mi manca l’idea del mio rifugio inespugnabile. Mi manca l’uomo solo nella sua fortezza. Mi manca il vuoto degli spazi che ora sono affollati di lei. Metto insieme un discorso perfetto che le dica chi sono, che le faccia capire che non ci sono gli spazi per noi. Lo ripeto. E mi addormento.

Sento la chiave nella porta, i passi nell’ingresso. Dal letto la vedo entrare in casa. Poggia la sua borsa, il mio trolley e una busta di carta con i manici di corda. La   busta cita il nome di di un negozio ed un indirizzo di Firenze. Ero sicuro andasse a Bologna.

Firenze o Bologna che sia dirà che era una svendita. Che costavano pochissimo. Che non poteva lasciarle li, e che troveremo un posto dove metterle. Magari nel nuovo armadio al quale allude da settimane.

Già le indossa. Sono sandali beige, hanno il plateau e il cinturino alla caviglia. Il piede è completamente nudo se non fosse per due minuscole fascette di strass color champagne, parallele, poggiate appena sotto il collo del suo piede perfetto: magro, pallido come lei, con un minuscolo tatuaggio di una tartaruga.

Sorride. Si sfila, noncurante delle mie nevrosi, le scarpe al centro dell’ingresso. Lascia la gonna in mezzo al corridoio. Viene verso di me. Non ho idea di cosa stessi pensando prima di prendere sonno. Si vede che non era importante.

E bellissimo riaverla a casa. Magari l’armadio lo compriamo.
Qualcosa sull’Autrice.
Presentazione: Sorridente, appesa all’aria, ma nel posto sbagliato. Mamma di un bimbo bello. Inventa storie dove nasconde particolari di sè.

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