Ieri vi abbiamo raccontato dei nostri amici e delle loro vicissitudini casalinghe.
Mi è venuto in mente che proprio con loro ho avuto una piccola epifania (intesa come “un momento in cui un’esperienza sale in superficie nella mente riportando tutti i suoi dettagli e tutte le sue emozioni”, come riporta in modo sommario Wikipedia, non intesa come 6 gennaio, ovviamente).
Era la scorsa primavera, quando io e Lei non avevamo ancora pensato di andare a vivere insieme. Era forse la prima volta che conoscevo questi suoi amici e colsero l’occasione di raccontarci del loro matrimonio: con dovizia di particolari, ci mostrarono foto, filmati e tutto ciò che solitamente scatena una reazione allergica paragonabile alla scabbia.
Tuttavia, fu proprio quella volta che mi accorsi che tutto sommato emergeva solo un aspetto intrigante: la complicità, con le sue sfaccettature della condivisione, del luogo comune, inteso come spazio simbolico costruito dai due componenti della coppia.
C’era entusiasmo, certo difficile immaginare il contrario, ma in una quota ragionevole, quasi razionale, quasi autoesplicativa. Come se l’entusiasmo per quei resoconti, si spiegasse da sè, si sviluppasse autonomamente senza alcun intervento esterno. Era bello sentirli parlare delle scelte, del viaggio di nozze, del matrimonio, ma era come se stessero parlando di un film visto insieme, di un viaggio, di un’esperienza.
Indipendentemente dal fatto che stessero parlando di una cosa che tuttora condivido fino ad un certo punto, mi rendevo conto che ne parlavano bene ed emergeva dalle loro parole qualcosa di carino, piacevole, persino utile.
Mi era già capitato, ma in periodi della mia vita in cui le priorità non erano quelle attuali. Forse è stato quello il momento in cui ho preparato le basi per il si. Un momento in cui le cose sono cambiate.
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