Tutti abbiamo sentito i racconti di coppie assolutamente non intenzionate a convivere, addirittura che vivono deliberatamente in due differenti case, per mantenere la propria indipendenza. Hanno un nome, si chiamano L.A.T. – Living Apart Together.
Legittimo, sensato, condivisibile: si tratta di una scelta e quindi tutti sono liberi di vivere la propria coppia nel migliore dei modi.
Ma il caso che presentiamo oggi è abbastanza strano, peculiare nella sua illogicità (almeno esterna, perchè ogni scelta ha sempre una spiegazione logica, magari non condivisibile, ma logica).
Secondo caso.
Conosciamo questa coppia ad un aperitivo, sono amici di amici di amici. Insomma una di quelle coppie che vedi una volta e poi, per altri due anni non vedi più. Stiamo parlando ormai di molto tempo fa.
Si parla del più e del meno e ci raccontano della loro convivenza. Stanno insieme da un bel pò, cinque o sei anni, prima molto amici, poi scatta la scintilla e nasce il loro amore.
Lui, grafico pubblicitario, ha una bella casa – che all’epoca aveva ristrutturato facendone uno spazio decisamente accogliente, spazioso, elegante. Economicamente agiato, psicologicamente stabile, maturo, sui 35 anni.
Lei, architetto, vivace, brillante, sebbene flemmatica, stessa età di lui, matura, consapevole di cosa vuole e di come ottenerlo (mi ricorda molto in determinatezza Anna, quella del Primo caso), quando l’abbiamo conosciuta aveva appena ereditato un piccolo appartamento piuttosto nuovo e quasi del tutto arredato.
Il tempo della coppia, della loro convivenza era passato per tre quarti a casa di lei. Lui aveva parte del suo armadio, delle sue cose, degli strumenti di lavoro a casa di lei e passavano praticamente quasi tutti i giorni da lei: per intere settimane lui andava a casa propria solo per annaffiare le piante, ma in inverno, presumo, la cosa si riduceva sensibilmente.
Si può dire che convivessero, giusto? Non esattamente.
Lei aveva una strana allergia per le etichette. Matrimonio, convivenza, coppia, amore erano per lei vacue parole che mirano solo a circoscrivere i confini di esperienze ben più ampie e significative. Perchè affermare con certezza e sicurezza che convivevano? stavano nella stessa casa, usavano le stesse cose, si amavano e cos’altro aggiungere?
E poi, la fortuna di avere due appartamenti autonomi, poteva essere una valvola di sfogo sicura, che consentiva ad uno dei due, nel caso, di ritrovare rifugio nei momenti di claustrofobia. Lui un pò, di questa cosa, soffriva, e non gli avrebbe fatto schifo lasciare la propria casa, magari affittarla, e usare quel denaro per qualche viaggio, qualche sfizio, qualche libertà.
Capita, anche a noi uomini, di desiderare il salto di qualità, di avvertire il bisogno di definire, di confinare, di lasciare fuori dalla sfera della coppia ciò che è fuori, e tenere dentro nei confini ciò che è dentro.
A volte, chiamare le cose per quello che sono è molto importante.
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